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Notizie » La mafia nello zaino: Prologo

Proposta di lettura [Libri] 24/02/2022 12:00:00

Proponiamo in lettura il Prologo del romanzo di Alessandro Cortese, “La mafia nello zaino” - Il bimbo, il nano e l’assassino 📝👇👀

Pensavo il paese non avesse strade per uscire.
Casa mia stava all’ingresso di questa piccola città e, quando i bambini del quartiere mi venivano a chiamare, percorrevo in bici ogni quartiere, da cima a fondo e ritorno.
Ma una strada per uscire invece c’era, solo che non la conosceva nessuno. Perché nessuno credeva di poter lasciare la Sicilia, prima o poi. Perché uno la Sicilia ce l’ha dentro, sempre e così tanto che di abbandonarla non gli passa per la testa.
Di sicuro non lo pensavo io, che facevo avanti e indietro per mille volte al giorno, ed ero convinto di conoscere quei posti più e meglio della gente grande, troppo presa dai lavori di costruzione al porto.
Per me e per gli altri bimbi, la Sicilia stava tutta tra casa mia e il camioncino dei panini della signora Keciappi, parcheggiato davanti alle palazzine popolari. Tra casa e il camioncino ci stavano bar, rosticcerie e davvero tante chiese, da San Vito a San Giovanni, ma niente di tutto ciò rappresentava, per me e per la mia banda in bicicletta, un appuntamento fisso.
L’appuntamento di ogni pomeriggio era da Piruzzu, un vecchiareddu che nessuno sapeva come si chiamasse veramente. Lo chiamavamo noi a quel modo, Piruzzu, e la sua famiglia la chiamavamo appresso, la moglie Piruzzina e il figlio Piruzzitto.
Andavamo tutt’insieme all’edicola che avevano in gestione e, spingendo sui pedali, urlavamo loro quell’ingiuria: «Piruzzu! Piruzzu!».
Piruzzu allora usciva santiannu, con quel ciuffo di capelli bianchi che gli s’incasinavano quando a forza di santioni ci mandava malanova. Ma noi eravamo già lontani, se voleva che le sue maledizioni riuscissero a raggiungerci avrebbe dovuto inventarne di più veloci, perché a vederci correre si capiva come non ci fosse niente che tacchiava come noi e io, sulla mia BMX, con le ruote rosse come il sellino e i manicotti del manubrio, ero quello che vinceva le gare di tacchiate!
Per questo amavo rischiare, tanto lo sapevo che non mi avrebbero mai preso.

Mi inseguirono le persone del paese che, in qualche modo, mi avevano incuriosito, i miei preferiti.
Uno di questi era Selvaggio, muratore che io e la mia banda vedemmo mezzo nudo mentre stava sul balcone, peloso come un orso, sopra il petto, sulle braccia e, immaginavamo, anche sul resto del corpo, con la postura di quegli uomini preistorici disegnati sul libro di Scienze che usavamo a scuola.
Per le urla che ci faceva, ogni giorno alle tre di pomeriggio dopo essere scappati da Piruzzu, quando passavamo gridando sotto casa sua, per noi quel muratore era diventato semplicemente Selvaggio.
Vicino a dove abitava lui, un altro appuntamento era Norma, ragazzina bionda a cui facevamo i dispetti: le piegavamo i raggi alle ruote della bici e, davanti al portone di casa, le scrivevamo insulti coi gessetti colorati, poi la chiamavamo con ogni ’ngiuria la fantasia potesse suggerirci. Valle a spiegare, alla povera Norma, che se io e gli altri combinavamo le radigghie era solo perché, a noi, lei piaceva proprio, e viene da chiedersi per quale motivo, se a un bambino piace una bambina, la bambina si debba sopportare tutte queste camurrie.
Capitava pure che a scappare dalla viuzza di Norma e di Selvaggio, per sfuggire a chi ci avrebbe bastonato volentieri, trovassimo per strada le signorine, tanto spesso da diventare appuntamento fisso pure loro, per quanto non era intenzione mia o di altri vederle ura, quattu e mumentu.
Mia madre le chiamava Triulu, Malanova e Scuntintizza, mio padre invece Grazia, Graziella e Grazieocazzu, ma al di là di come fossero chiamate, a me facevano paura: avevano il colore dei tizzuni cunsumati, il cappellino sulla testa, la veletta davanti alla faccia e, quando le incontravo, dovevo fermarmi, mettere le mani sugli occhi e ripetere: «Santa Rosalia, tu sei la protettrice dell’anima mia. San ’Bastiano, tu spingi le streghe lontano lontano. Sant’Onofriu jennirusu fai la grazia a ’stu carusu, salvami la vita se ’sta preghiera attia è gradita».
Poi tornavo a guardare e Triulu, Malanova e Scuntintizza erano sparite: sparivano ogni volta che ripetevo la filastrocca, credevo quindi di stare proprio simpatico ai santi e, se domandavo aiuto, quelli dimostravano per me un occhio di riguardo.

I pomeriggi li trascorrevo così, correndo in bicicletta.
A quei tempi, giuro, da casa mia fino alle piastre della signora Keciappi ci arrivavo in una pedalata: ero sempre di fretta e furia in cerca di avventure.
Dovendo scegliere, poi, se svoltare o andare dritto, seguendo questa o un’altra storia, col dispiacere di non potermi bilocare, come si dice sapessero fare Padre Pio, San Francesco e altra gente brava coi miracoli, mi consolavo ripetendomi che le avventure non mi sarebbero mancate, perché da bimbo ci vuole poco per trasformare ogni cosa in vicenda, evento o peripezia.
A me, che di curiosità ne avevo in abbondanza, la Sicilia avrebbe dato modo di vivere una storia lunga e paurosa, tutta fatta di misteri, leggende e morti ammazzati.
La mia favola d’estate, per lo più vissuta sotto il sole d’agosto, aveva avuto come protagonisti me, mia mamma, un nano e un assassino, insieme a un sacco di comparse, com’era tradizione dell’Opera dei Pupi, e tra le comparsate, che ci si creda o no, c’era stato persino l’uomo nero.
Ora la racconto perché le storie, prima o poi, come l’aria risalgono più su, a galla fino a farsi vive. Per farsi ricordare.


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