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Un padre anziano, un figlio non più giovane, una stessa abitazione borghese a ospitarli, un corridoio su cui si affacciano le rispettive camere, e intorno la grigia e indaffarata Milano dei primi anni Settanta. Due voci narranti, che raccontano sé e l’Altro a capitoli alternati; due soggetti legati non da affetto, cura, amorevolezza, ma da odio, rancore, insofferenza.
Rovesciando il
pius Aeneas dell’
Eneide, nell’opera di Giuliano Gramigna si dà l’ennesima versione, moderna e nutrita di sapere psicoanalitico, di un’aspra contesa, il conflitto tra genitore e primogenito, ma anche un’allegoria della schizofrenia che separa in due parti non comunicanti e persino nemiche una medesima psiche, o della paranoia moderna che ingabbia ogni Sé in una rete di relazioni minacciose con l’esterno. Indossiamo, leggendo, di volta in volta uno sguardo senile ma profondamente analitico sul mondo e sulla vita, e uno invece intriso di frustrazione, di desideri violenti, di ansie brucianti. Trovano posto, in questo rimpiattino esistenziale, una riscrittura parodica dei grandi classici dell’epica, Omero e Virgilio, una corrosiva satira contemporanea dell’Italia del capitalismo avanzato, una riflessione sulle relazioni tra genitori, figli e coniugi, e persino una lucida disamina della società dei media e dei simulacri, allora ai suoi albori.
Quarto romanzo di una serie di sette, a seguire il
Marcel ritrovato (1969), anch’esso riproposto da Il ramo e la foglia,
L’empio Enea squaderna pagine degne, per inventiva linguistica e forza comica, di Gadda e Bianciardi, tra Joyce e Lacan. Uscito nel 1972 e mai più ristampato, è uno degli ultimi grandi romanzi italiani del Novecento.
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«Ho detto voci così per dire, sono bisbigli come bisbiglierebbe la materia, spazi fra cosa e cosa, presenze-assenze; un formicolio. Tutto questo mi ha forato senza fatica da parte a parte, circola dentro, m’imbeve. Il tremito della mano se prendo la biro per scrivere non è il tremito solito dei vecchi: è la vibrazione di ciò che sfiata continuamente dentro e fuori di me. La forma che ha preso il dolore? Sento che non dovrei essere più io se mai lo sono stato, che non è più questo il mio posto.»
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