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Notizie » Libro in evidenza Rancore: intervista a Concetta D’Angeli

Intervista [Libri] 23/03/2026 10:00:00

:: Ciao Concetta, e congratulazioni per l’uscita imminente di Rancore con Il ramo e la foglia edizioni. Sono passati quasi cinque anni da Le rovinose, un romanzo che ha lasciato un segno. Com’è stato per te il viaggio con quel libro? Quali riscontri, sorprese o riflessioni ti ha regalato? E per chi non l’avesse ancora letto, forse dovrebbe leggerlo?

🎤 Grazie a voi, cari editori, che avete deciso di scommettere ancora su di me. Il mio bilancio relativo a Le rovinose è positivo, sia per quanto riguarda il rapporto con voi, improntato a disponibilità reciproca, sincerità, rispetto; sia per quanto riguarda il rapporto con i lettori, che negli incontri e nelle presentazioni si sono mostrati per lo più interessati e in alcuni casi coinvolti; sia per quanto riguarda i riconoscimenti (ho vinto due premi letterari nazionali, il Premio Città Cava de’ Tirreni e il Premio Forum Traiani; sono entrata nella semifinale del Premio Comisso e sono stata proposta da Paolo Ruffilli per il Premio Strega). Non me l’aspettavo e trovo che il risultato complessivo non sia trascurabile, per una tizia perfettamente sconosciuta come sono io, no?
Quanto all’ultima domanda, be’, ammetterete che è una pubblicità nascosta: la mia risposta non può che essere un pressante invito a leggerlo, il mio precedente romanzo. Il motivo? Perché propone argomenti che costituiscono per me altrettanti leitmotiv, sono i miei temi del cuore; e anche perché (senza falsa modestia) mi pare che non sia da buttar via.


:: Il titolo Rancore evoca già una carica emotiva forte. Da dove nasce questa scelta, e come si lega ai temi centrali del romanzo? Quali sono le ferite, le tensioni o le domande che attraversano questa opera in prosa, e in che modo il rancore –inteso come sentimento, come motore narrativo o come specchio sociale – ne diventa il filo conduttore?

🎤 Io do un’interpretazione insolita della parola “rancore”. Per me non è un sentimento composto di rabbia, violenza, irrazionalità inspiegabile; è piuttosto il risultato finale di un confronto con la vita. Bisogna tener presente che le protagoniste del romanzo sono quattro donne anziane (tra i sessanta e i settant’anni); è raro che a quell’età i bilanci esistenziali diano, se fatti con sincerità, una somma positiva; per lo più registrano amarezze, fallimenti, nostalgie, rimpianti. Lo affermo per esperienza personale e anche perché osservo con attenzione i percorsi psichici delle mie coetanee: di rado quei conti si chiudono in pareggio, tantomeno in positivo. Il rischio di sprofondare nella depressione diventa allora un serio pericolo ma, sebbene non esistano contromisure di sicura efficienza, penso che possa aiutare sia escludere le consolazioni più facili, più a portata di mano, quelle che si agguantano per tradizione e per automatismo (ma volatili o provvisorie se lo sguardo è disincantato), sia riconoscere i propri errori, acquisire consapevolezze aspre, per esempio il rancore, che raccoglie e distilla l’odio (per gli altri e per se stessi) e suggerisce la posizione intermedia da assumere nei giudizi retrospettivi, poiché gli errori e le colpe non stanno mai da un’unica parte. Solo questa dolorosa consapevolezza penso che possa portare all’accettazione delle contraddizioni e delle sconfitte ed evitare le tante, spesso contraffatte forme di depressione che scaraventano nella morte prima ancora che la morte s’impossessi di noi.


:: L’idea di Rancore ha preso forma in un momento preciso, in un luogo che ha segnato l’inizio di tutto? Com’è nato questo romanzo, e quali emozioni, incontri o riflessioni l’hanno alimentato? Scrivere storie così intense porta con sé anche delle difficoltà: ci sono pagine che ti hanno messo alla prova, temi che hai dovuto affrontare con fatica o paure che hai dovuto superare?

🎤 Ho piazzato la narrazione nella prima fase della pandemia (dalla fine del 2019 all’estate del 2020), la più tosta, ma non ho raccontata la pandemia, non ne ho fatto il focus del romanzo. Ho voluto piuttosto evidenziare una relazione stretta, che ho percepito: quella fra il rischio di rimuovere il Covid, fenomeno collettivo e sfaccettato (sanitario, economico, sociale, psichico), terrorizzante anche per le sue dimensioni, e il rischio di rimuovere alcune esperienze individuali, le più scomode, le più paurose o dolorose. In entrambi i casi la cancellazione del ricordo paga un prezzo altissimo e segna una spaccatura, che spesso resta misteriosa ma che comunque è condizionante. Mia madre istituiva fra i suoi racconti personali un “prima della guerra” (la seconda guerra mondiale) e un “dopo la guerra”; per me (forse non solo per me) una cesura analoga l’ha segnata il Covid.
È stato difficile, sì, scrivere questo romanzo – nel suo complesso, più che per alcuni temi particolarmente ardui (il mio rapporto con la Scuola Normale e con l’università per esempio) o dolorosi (i miei tradimenti per esempio). È stato difficile trovare la giusta distanza dai contenuti più coinvolgenti, scegliere le forme stilistiche e linguistiche adeguate, valorizzare tutti i personaggi principali, che sono quattro, mica pochi per le mie forze. Spesso durante la scrittura ho avuto la tentazione di lasciar perdere, spessissimo non mi sono sentita all’altezza delle mie stesse attese – ed è un timore che si rinfocola di continuo.


:: Ogni romanzo porta con sé una firma stilistica che lo rende unico, ma anche un dialogo con le opere precedenti. In Rancore, qual è la cifra compositiva e linguistica che hai scelto di seguire? Come si relaziona – o si discosta – dallo stile di Le rovinose? E per i lettori che hanno amato il tuo lavoro precedente, quali sorprese o scoperte potrebbero aspettarsi tra queste pagine?

🎤 Per quanto riguarda l’organizzazione narrativa, direi che, rispetto a Le rovinose, resta importante il ruolo del tempo, il contrappunto tra l’attualità e il passato, anche se in Rancore la relazione viene sottolineata di più e diventa più dinamica. In effetti è tutt’un andare avanti e indietro perché ci sono almeno tre piani temporali: l’attualità, il recente passato del Covid che le quattro protagoniste passano insieme, il passato remoto di ciascuna di loro (che a sua volta si frammenta in ricordi molto antichi e ricordi un po’ più vicini). Cambia molto invece il ruolo dello spazio, che in Rancore è il casolare isolato dove le quattro donne si riuniscono per sfuggire al morbo: un vero e proprio spazio teatrale, dal quale, attraverso i racconti e i ricordi, si definiscono altri spazi.
Quanto alla lingua e alla sua strutturazione, ho usato molto il dialogo, che costituisce larga parte della scrittura, insieme a una forma d’espressione assimilabile al monologo interiore. Anche in Le rovinose si passa velocemente dalla terza alla prima persona, di solito senza segnalazioni formali. Nel nuovo romanzo i piani linguistici che si attivano sono più numerosi: c’è il racconto oggettivo, c’è la continua intersezione del dialogo, e tutt’e due questi livelli scivolano spessissimo nella rappresentazione del pensiero soggettivo. Qui secondo me sta una certa difficoltà della mia prosa, che richiede impegno da parte del lettore, presuppone collaborazione fra chi scrive e chi legge.


:: Anche in Rancore, come in Le rovinose, ci sono delle donne che si raccontano, sembrano portare in sé una complessità che va oltre la semplice rappresentazione: sono figure con cui ti identifichi, eroine che incarnano valori o lotte personali, oppure sono specchi di conflitti, addirittura nemesi che mettono in discussione qualcosa di te o della società? Come vivi il rapporto con queste voci femminili?

🎤 Quando scrivo, non ho mai un progetto preciso in testa, tantomeno un messaggio da comunicare. All’inizio so vagamente di che cosa voglio parlare, nel caso di questo romanzo sapevo di volerlo ambientare durante il Covid perché, come ho già detto, volevo sottrarre quell’esperienza traumatica alla dimenticanza – alla mia, per prima. E allora, quasi in automatico, la memoria scolastica mi ha suggerito il modello da adottare: quello boccacciano del Decameron, la fuga di tre ragazzi e sette ragazze da Firenze colpita dalla terribile peste del 1348 per ritirarsi in campagna, dove passano il tempo raccontandosi novelle. Anche le mie quattro amiche scappano dalla città e si rifugiano in un casolare sulle colline pisane; ma quelli che si scambiano fra loro, nelle serate passate accanto al camino, non sono racconti filati, sono piuttosto frammenti, accenni di storie, supposizioni, sospetti, ricordi che riemergono per un gesto o una frase… È inevitabile che passino attraverso il mio vissuto e si ispirino alle mie esperienze, sebbene non siano l’esatta riproduzione del mio vissuto e delle mie esperienze; e anche quando lo sono, si allontanano da me, acquistano autonomia e un’oggettività che mi permette rappresentazioni più spassionate; soprattutto si arricchiscono rubando pezzi di vite altrui, sprazzi di identità diverse che io saldo insieme in base alle necessità funzionali al romanzo o per scatti improvvisi dell’immaginazione o per la voglia di chiudere certi conti rimasti in sospeso – non solo nella mia vita.
Il risultato di tutta l’operazione mi pare che esprima il mio pensiero sul difficile rapporto con la realtà, quando le donne si permettono di seguire percorsi che si distanziano dalle strade consuete. Le mie protagoniste infatti, in Rancore come nel romanzo precedente, sono sempre le donne, il mondo femminile rappresentato dall’interno, cioè dall’unico punto di vista che io davvero conosco. E questo sì che è un esito ideologico (se vogliamo appioppargli un’etichetta) perché finisce per rovesciare la prospettiva dominante, quella maschile, che in prevalenza assoluta lo ha rappresentato. Nella vita e nell’arte.


:: Pubblicare un romanzo è un po’ come mandare nel mondo una parte di sé. Con Rancore, cosa ti aspetti che accada? C’è una reazione dei lettori che desideri particolarmente, o una conversazione che speri di avviare? E, al di là del successo o del riscontro critico, cosa significherebbe per te che questo libro trovi il suo posto?

🎤 Certamente mi piacerebbe un confronto, non solo con le donne e non solo in termini letterari. Le mie protagoniste possono risultare antipatiche, forse non favoriscono l’identificazione; ma può darsi che riescano a mettere in dubbio le identità femminili tradizionali, a suscitare riflessioni critiche sulle scelte di vita che donne e uomini fanno, di solito, quando si è troppo giovani, sulle orme della tradizione o, all’opposto, per scardinare la tradizione, ma un po’ alla cieca, senza aver chiare le alternative. E siccome sono ormai anziana, mi piacerebbe se questo romanzo favorisse un confronto con le persone più giovani. Rispetto alla mia generazione e in parte anche grazie alla mia generazione, s’è aperto per le ragazze un ventaglio molto più ampio di possibilità esistenziali, almeno in astratto; sarei molto contenta se Rancore, che per certi aspetti si potrebbe considerare anche una testimonianza, contribuisse a far luce sulle conseguenze interiori che i cambiamenti oggettivi nella società hanno prodotto.


:: Ogni libro trova i suoi lettori, quelli che ne riconoscono le voci, le domande o le ferite come proprie. A chi ti immagini che Rancore possa parlare più da vicino? Ci sono esperienze, sensibilità o storie personali che, secondo te, potrebbero fare di questo romanzo una lettura particolarmente significativa?

🎤 A prima vista il mio romanzo potrebbe essere accusato di fare domande scomode e non fornire risposte risolutive, insomma di creare disagio. Metto in scena quattro donne che, come si dice, si sono fatte da sé, tutt’e quattro, anche il personaggio che in apparenza ha seguito la via tradizionale del matrimonio, i figli, la famiglia. Di fatto sono donne prive di ruolo istituzionale, la corazza che serve così bene a sopravvivere e che protegge uomini e donne dallo smarrimento, dalla solitudine, dall’emarginazione, dalla perdita dei propri scopi autentici, insomma da tutto ciò che va sotto la generica definizione di crisi esistenziale e che però, a guardar bene, non è una fase disgraziata della vita ma è l’autentica condizione di noi viventi.
Nell’isolamento obbligato dal Covid le mie protagoniste si scambiano confidenze, sia pure controvoglia, acquisiscono consapevolezze, a volte per caso, si confrontano in modi che, sebbene tesi o astiosi o aggressivi, restano comunque maieutici. Ecco, penso che questa condizione o modello relazionale potrebbe insegnare molto a chi, uomo o donna che sia, si trova spaesato/a, privato/a di autodifesa, denudato/a. Le discussioni che, anche se amare, non smettono di avvenire fra le protagoniste del mio romanzo impediscono la solitudine, mantengono le relazioni su un piano di comunicazione autentica, ostacolano i falsi alibi che finiscono spesso per diventare autodistruttivi, evitano che il tradimento di sé precipiti nel baratro di insanabili e inutili sensi di colpa, salvano il linguaggio trasformandolo in strumento di indagine e di analisi.
Il linguaggio, già: una questione importante. Nelle mie intenzioni il linguaggio non è chiacchiera, passatempo, assomiglia piuttosto alla racchetta del rabdomante, strumento per acquisire contenuti preziosi e nascosti. La cura che gli ho dedicato nella scrittura non è formalismo o estetismo, è riconoscimento della capacità, che il linguaggio possiede, di individuare il nucleo significativo di sentimenti, situazioni, persone. È ricerca di senso.


:: Se un lettore esitasse davanti a Rancore, magari perché non ti ha mai letta o perché teme che il romanzo non faccia per lui, cosa gli diresti per invogliarlo a dare una possibilità alle tue pagine? Qual è la scintilla – un tema, un’emozione, una domanda – che questo libro può accendere e che vale la pena scoprire?

🎤 Decisamente volete che mi faccia pubblicità! E va bene.
Alle donne direi che questo romanzo parla di loro in termini crudeli, rappresenta quanto si possa essere spietate sia con sé stesse (a volte è necessario esserlo, a volte si potrebbe evitare, non sempre si può scegliere) sia con le altre: le madri (soprattutto), le sorelle, le amiche. Mi piacerebbe definire Rancore come una specie di studio sulla crudeltà femminile.
Agli uomini direi che il romanzo soddisfa certe loro propensioni al voyeurismo, dà loro l’opportunità di penetrare, senza essere visti, nell’intimità di un gruppetto di donne, conoscerne i punti di debolezza e i punti di forza, ascoltarne le confessioni erotiche, scoprire l’opinione che hanno dell’universo maschile, che non è sempre lusinghiera, come tutti gli uomini vorrebbero, e come molti s’illudono che sia. Direi che gli uomini avrebbero molto da imparare dal mio Rancore.


:: Prima di salutarci, c’è qualcosa che vorresti aggiungere su Rancore – un pensiero, un aneddoto, una curiosità o un messaggio che ti sta particolarmente a cuore e che vorresti lasciare ai lettori (o a chi ti legge)? Qualcosa che, forse, non ti è stato ancora chiesto?

🎤 Rancore parla di sentimenti difficili, ambigui, parla di morte, di dolore; ma contiene anche molta ironia, episodi buffi, insomma ogni tanto fa sorridere. Il tempo del Covid in cui ho collocato la narrazione è stato un tempo buio per quasi tutti noi, e anche nei tempi attuali non c’è da stare allegri. Ma è proprio nei tempi del dolore che non bisogna dimenticarsi di ridere. E anche sulla comicità il mio romanzo ha – forse – qualcosa da dire.


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