:: Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Quali sono, secondo te, i due o tre miti sull’adolescenza più duri da abbattere nella cultura occidentale contemporanea?
🎤 I primi che mi vengono in mente sono la “ribellione a prescindere”, il disprezzo verso gli adulti e la convinzione che i primi due, insieme ad altri, siano fenomeni fisiologici, un po’ come la varicella o il morbillo. Malattie inevitabili da far passare il prima possibile. Oggi, in verità, per molte malattie esantematiche abbiamo vaccini efficaci, mentre per l’adolescenza ancora no… anzi, la situazione sembra peggiorare di anno in anno. Eppure, proprio come lo studio di virus e batteri ci ha consentito di trovare soluzioni, allo stesso modo la consapevolezza di cosa rappresenti realmente l’adolescenza per la nostra specie può aiutarci a scoprire qualcosa di sorprendente: l’“età ingrata” non è affatto una fase di fisiologico malessere/malfunzionamento. Gli adolescenti non sono “ribelli a prescindere”, semmai predisposti, grazie a un sofisticato sistema neurobiologico, ad affrontare rischi e sfide; non disprezzano gli adulti, ma, al contrario, desiderano disperatamente entrare a far parte del loro mondo; non sono sovversivi di natura, semmai tendono al conformismo.
:: Hai una formazione in antropologia culturale e anni di lavoro editoriale alle spalle. Come è nata l’idea di questo libro – è stato un percorso lungo, oppure c’è stato un momento preciso in cui hai sentito il bisogno di scriverlo?
🎤 Ho lavorato per molti anni come editor e revisore di testi, amo i libri, leggere e scrivere da sempre. L’idea di un saggio narrativo sull’età evolutiva è nata dall’unione di questa grande passione con un altro grande amore: l’antropologia. Ho voluto provare a utilizzare lo strumento letterario per parlare di qualcosa che ha anche molti aspetti tecnici. Il nucleo di partenza è stata la mia tesi di laurea, incentrata sul ruolo della cultura nel plasmare la personalità umana, ma un altro grande incentivo all’idea del saggio è stato l’essere diventata mamma, nove e sei anni fa, di due bambine. Credo che questa sia stata la scintilla che ha dato fuoco al carburante accumulato negli anni precedenti, incluso un lungo percorso psicoanalitico che mi ha allenata a non fermarmi in superficie. Quindi sì, il percorso è stato molto lungo e in parte anche inconscio.
:: Nel libro usi la prospettiva antropologica come una “cassetta degli attrezzi”. Per chi non ha familiarità con questa disciplina: cosa cambia, concretamente, nel modo di guardare i propri figli o i ragazzi che si ha intorno, dopo aver adottato questo sguardo?
🎤 Cambia la consapevolezza. Considero l’antropologia una cugina di primo grado della psicologia. Quest’ultima ci aiuta ad acquisire coscienza del nostro funzionamento interno, delle nostre emozioni e sensazioni, della nostra individualità; la prima, l’antropologia, ci regala la conoscenza di come questa individualità si declina nei vari sistemi culturali. Guardarsi dentro è come scalare una montagna, si sale in solitudine, concentrati sui propri passi e sul proprio respiro, si fatica, i muscoli bruciano… Poi si arriva in vetta: è il momento di alzare gli occhi e ammirare la vastità del panorama. Guardare l’Altro e l’Altrove. L’antropologia ci regala questo sguardo, che, per arrivare al nodo centrale della domanda, può cambiare completamente il modo in cui vediamo i nostri giovani. Perché ci insegna che non esiste un unico modo, quello prodotto dal nostro sistema occidentale, di essere figlio, alunno, adolescente. Quello che per noi è un ragazzo aggressivo, in una società di guerrieri diventerebbe un capo, uno particolarmente sensibile diventerebbe forse sciamano. Ciò non significa che dobbiamo stravolgere o rinnegare la nostra cultura, ma diventarne pienamente consapevoli per non restarne prigionieri.
:: Citi popolazioni della Nuova Guinea, villaggi di pescatori del Pacifico, culture di cacciatori-raccoglitori. Cosa ti ha colpito di più, nel tuo percorso di ricerca, tra le pratiche di altre culture nel rapporto con gli adolescenti?
🎤 La fiducia. In moltissime culture non occidentali (e non solo in quelle preindustriali) gli adolescenti sono considerati affidabili, capaci di assolvere a compiti di grande responsabilità. Sono, in effetti, già trattati come adulti. E non serve arrivare nel Pacifico per osservare questa realtà, basta guardarsi intorno. A Roma, la città in cui vivo, molti empori di famiglie nord-africane, orientali o sudasiatiche, sono affidati ai figli giovanissimi dei gestori. Per motivi lavorativi e personali conosco tante famiglie di differenti culture che affidano ai figli adolescenti la cura dei fratelli minori, dei nipoti, della gestione della casa. Pensandoci bene questo modello l’avevamo anche noi, nel nostro recente passato di paese rurale: i miei nonni lavoravano già da bambini nei campi e i miei genitori hanno iniziato molto presto a “mandare soldi a casa”.
:: Scrivi che il cervello degli adolescenti “entra in crisi” non per ragioni fisiologiche, ma perché privato degli stimoli adeguati da parte della comunità degli adulti. È una tesi che rischia di suonare scomoda. Come rispondi a chi la considera troppo ottimistica, o addirittura colpevolizzante verso gli adulti?
🎤 È scomoda perché ci costringe a cercare soluzioni che ci coinvolgono in prima persona. A impegnarci per capire. E a ben vedere non è nemmeno troppo ottimistica perché significa che uno dei maggiori fallimenti del nostro sistema culturale è quello di mettere a repentaglio il benessere dei giovani. Eppure, i lavori degli studiosi citati nel saggio, Margaret Mead in testa, provano che l’origine del malessere adolescenziale è culturale, non fisiologico. Quanto agli adulti, non sono colpevoli, ma spesso inconsapevoli. Poco sopra parlavamo di come lo sguardo antropologico può renderci più coscienti dei pregi e difetti della nostra cultura, eccone un esempio molto concreto. Osservando che altri popoli si relazionano ai loro adolescenti come individui perfettamente in grado di svolgere ruoli e compiti da adulti possiamo intercettare una debolezza della nostra società: l’infantilizzazione e l’esclusione dei giovani dalla vita comunitaria e dal lavoro produttivo. Una volta presa coscienza di questo, l’adulto scopre un nuovo strumento nella sua cassetta degli attrezzi: rendere il ragazzo responsabile della gestione dei pagamenti di rate o bollette, incaricarlo di rifornire la dispensa, lasciare che sia lui a decidere, quando possibile, cosa cucinare per la famiglia, è già lavoro produttivo. Non serve andare in fabbrica e rinunciare agli studi per fare questo.
:: L’isolamento sociale e l’autolesionismo giovanile sono fenomeni in crescita allarmante. Nel libro proponi di leggerli come strategie di sopravvivenza – puoi anticiparci qualcosa di questo ragionamento?
🎤 Prima di rispondere a questa domanda è doverosa una precisazione: un ragazzo che mette in pericolo la propria integrità fisica con un gesto autolesionista ha sempre necessità di una valutazione psichiatrica per escludere patologie che necessitano di cure specifiche. Detto ciò, e continuando con la metafora della “cassetta degli attrezzi”, uno degli strumenti che l’antropologo conosce molto bene è quello del rito come necessità intrinseca dell’essere umano. In particolare i riti di passaggio sono forse il tema più conosciuto anche dai non specialisti. A molti di noi sarà capitato di vedere qualche documentario in cui i giovani vengono dipinti, abbigliati in maniera particolare e accompagnati con danze e musica in cerimonie più o meno spettacolari. Ecco, in moltissime di queste consuetudini è presente una qualche forma ritualizzata di violenza corporale o di isolamento sociale. C’è un intero filone di studi su come marchiare il corpo del giovane ne “certifichi” l’appartenenza al gruppo, lo includa e lo soggioghi al tempo stesso. La pratica della circoncisione, comune a gran parte del mondo, appartiene a questo genere di rituali, anche se spesso avviene in età infantile. Ricordiamo poi che tatuaggi, piercing, cicatrici in rilievo (gli antropologi le chiamano scarificazioni), sono pratiche diffuse a livello universale, nel tempo e nello spazio. Nella nostra società i riti di passaggio sono stati spazzati via. Ma il bisogno a cui quello strumento rispondeva è rimasto. Ed è il bisogno di appartenere. Inoltre, e qui la psicologia accende un riflettore, corpo e psiche sono un unicum interagente: la ferita sul corpo parla della ferita psichica procurata dalla perdita dell’infanzia. Una ferita che è sì una fine, ma anche un nuovo inizio. Anche qui c’è un vasto campo di studi psicologici, e medici, su come il corpo parla dell’anima. È in questo contesto che un atto autolesionistico o di isolamento volontario possono rappresentare una strategia estrema di sopravvivenza. Un rito iniziatico auto- indotto per dare ordine a un ambiente percepito come estraneo o addirittura pericoloso.
:: Hai lavorato sul campo con rifugiati e immigrati, e poi ti sei specializzata nel settore materno-infantile con formazioni UNICEF e OMS. In che modo queste esperienze pratiche hanno cambiato o arricchito il tuo approccio teorico?
🎤 Lo hanno ancorato a terra, dandogli concretezza. Il lavoro di volontariato con i rifugiati mi ha totalmente allontanato da qualsiasi speculazione teorica. Si tratta di persone con bagagli di sofferenza inimmaginabili, di fronte alle quali la riflessione cede il posto al bisogno di agire. È solo dopo, quando il vissuto sedimenta con il tempo, che rimane qualcosa che può essere osservato e messo nella nostra cassetta degli attrezzi. Ad esempio, ricordo un ragazzo eritreo con le tempie bruciate dall’elettroshock che aveva subito nei campi di detenzione libici: aveva gli occhi vuoti, non si reggeva in piedi. Come lui ce n’erano decine. Adolescenti che avevano viaggiato da soli attraverso l’inferno. Ragazze, poco più che bambine, incinte dei loro carcerieri. È l’esasperazione, il rovescio della medaglia di quello che dicevamo sopra: la fiducia nei propri giovani in questi casi è un boomerang; questi ragazzini partono nella speranza di ottenere un ricongiungimento che metta in salvo la famiglia. Esperienze di questo tipo mi hanno impedito di idealizzare le culture diverse dalla nostra, un rischio comune per chiunque si avvicini ad altre realtà con entusiasmo e cuore aperto. Gli immigrati che non chiedono lo status di rifugiati, i cosiddetti migranti economici, hanno spesso (ma non sempre) vicende meno drammatiche alle spalle; anche in questo caso però occorre cautela per non cadere nella trappola dell’idealizzazione, e per non rischiare di infrangere regole che non conosciamo. Un gesto che per noi è gentile, in un’altra cultura può essere addirittura offensivo. Il settore materno-infantile ha iniziato a incuriosirmi da quando sono diventata mamma e ho scoperto che il mondo della maternità è incredibilmente interessante da esplorare con gli occhi dell’antropologo. Anche in questo caso si è trattato di un’esperienza di vita piuttosto che di un approccio prettamente teorico: le pratiche di accudimento al neonato che vengono applicate negli ospedali più moderni, quelli che OMS e UNICEF premiano con lo status “Amico del Bambino”, sono quelle utilizzate in molte società non occidentali. Allattamento esclusivo al seno, contatto fisico, sonno condiviso. La teoria, soprattutto in questo caso, è più che mai supportata dalla vita reale.
:: Il libro si rivolge a genitori e educatori, ma anche – come scrivi – a “semplici esseri umani”. C’è un tipo di lettore che hai immaginato mentre scrivevi, qualcuno a cui sentivi di parlare in modo particolare?
🎤 In tutta sincerità no. Non ho pensato a un lettore in particolare perché credo fermamente che renderci più consapevoli della nostra cultura sia qualcosa che riguarda tutti noi, a prescindere dall’avere o no a che fare con bambini e adolescenti. Viviamo in un’epoca di transizione grazie a due fenomeni inediti nella storia umana: un flusso migratorio di portata mondiale e la rivoluzione digitale. Homo Sapiens deve evolvere ancora, come ha fatto per milioni di anni, in una nuova specie. L’Uomo Globale, mi piace chiamarla, ha bisogno assoluto di scandagliare il proprio sistema culturale per relazionarsi in modo efficiente agli altri, con i quali entrerà inevitabilmente in contatto. Il focus sull’età evolutiva è naturale: in un’ottica in cui impariamo a percepirci come specie, al di là delle appariscenti differenze culturali, bambini e adolescenti tornano al centro della scena non come un problema da risolvere, ma come i custodi del futuro dell’umanità.
:: Sei cresciuta in una famiglia di emigrati e viaggiatori, e oggi stai studiando per insegnare italiano a bambini e adolescenti immigrati. Quanto c’è di autobiografico, o almeno di personale, in questo libro?
🎤 Moltissimo. E c’è anche parecchio pathos in senso etimologico, sofferenza, se posso dirlo. Sono cresciuta ascoltando i racconti di viaggio dei miei parenti emigrati dal sud Italia in Australia su transatlantici (si chiamavano transatlantici anche se gli oceani che solcavano erano l’Indiano e il Pacifico N.d.A.) che impiegavano un mese ad arrivare a Sidney. Ho in mente una scena così vivida che mi pare di averla vissuta: gli emigranti sul ponte della nave stringevano in mano l’estremità di un nastro, l’altra raggiungeva i parenti in attesa sul molo. Alla partenza, man mano che il transatlantico si allontanava, i nastri si tendevano fino a strapparsi, o a costringere madri e figli, mogli e mariti, fratelli e sorelle a lasciare la presa. Persone che non sapevano nulla di antropologia o psicologia, hanno elaborato un rito, uno strumento per contenere il dolore di un distacco prolungato e in alcuni casi permanente. Molti non sono mai tornati a casa. Poi c’è parte della famiglia di mio padre, emigrata negli Stati Uniti, e mio padre stesso, emigrato per venticinque anni in Africa e Medioriente. Ho sofferto molto i distacchi, la lontananza, ma questo mi ha fatto intestardire a cercare una radice comune, e amare ciò che sembra lontano e diverso. Oggi l’Italia, da paese di emigrazione è diventata terra di immigrazione. Molti hanno dimenticato il nostro passato recente, altri no. Io appartengo al gruppo che non ha perso la memoria. Le nostre scuole ospitano centinaia di migliaia di bambini e adolescenti immigrati, di prima o seconda generazione, che hanno bisogno di potenziare il loro italiano. Affrontano una sfida epocale: traghettarci, assieme ai loro coetanei di madrelingua italiana, verso l’Uomo Globale. La specie che saprà “parlare” molteplici culture, oltre che molteplici lingue.
:: Chiudiamo con una domanda provocatoria: se potessi cambiare una sola cosa nel modo in cui la società occidentale tratta gli adolescenti, quale sarebbe?
🎤 Sarò ripetitiva: la fiducia. Nella loro audacia, nel loro cervello in piena attività, non in crisi!, nella loro capacità di correre rischi. Lasciamoli liberi di riprendersi il ruolo per cui l’evoluzione, molto più sapiente di tutta la nostra storia scritta, li ha programmati: proiettare le loro vite, e le nostre, verso il futuro.
*
Informazione: “Adolescenza e altri miti da sfatare” sarà presentato il 19 giugno 2026, alle 20:30, a Foglie in Fiera (Festa della Lettura), Viale dello Scalo di San Lorenzo 10 - Roma.
L’autrice sarà in dialogo con Barbara Piccininni dell’associazione Cattive Ragazze.
Ingresso libero.
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Adolescenza e altri miti da sfatare: intervista a Chiara Guidotti
Intervista [Libri] 15/06/2026 10:00:00