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Notizie » L’editore intervista l’autore: Alessandro Trasciatti

Intervista [Autore] 30/04/2021 18:00:00

Alessandro Trasciatti. A breve, il 6 maggio 2021, pubblicheremo il tuo “Acrobazie. Storie brevi e brevissime”. Puoi raccontarci qualcosa di te come scrittore? Quali sono i tuoi esordi? La strada fatta, le tue riflessioni.

Credo di avere cominciato a scrivere ai tempi del liceo, sulla suggestione di certi racconti brevi di Kafka ma anche di Buzzati, mi ricordo in particolare “Una goccia”: quella goccia che sale le scale era un’immagine domestica e inquietante, potentissima e sentii che mi apparteneva. Poi mi piaceva molto anche Calvino, la trilogia fantastica I nostri antenati. Poi venne Garcia Marquez: Cent’anni di solitudine fu una lettura che mi entusiasmò, ne fui come divorato. Ma già iniziavo l’università, scoprivo i francesi e mi innamoravo di Queneau. Alla fine mi trovai a scrivere le storie di un certo Leo, una specie di novello Adamo in un mondo appena creato molto sgangherato e confuso, diciamo pure postmoderno, dove relitti di tutte le epoche convivevano in sincronia. Voleva essere un romanzo ma venne fuori una serie di racconti, piacquero alla rivista “Nuova Prosa” che li pubblicò nel 1991.
Raccontare la strada fatta può diventare noioso. Diciamo però che da quella pubblicazione è nata una catena di amicizie letterarie, di contatti umani e collaborazioni, che in certi casi dura tuttora. Il primo libro vero e proprio, Prose per viaggiatori pendolari, è del 2002 e lo tenne a battesimo Manlio Cancogni che scrisse la prefazione. Erano testi brevissimi, massimo una pagina, brani così brevi da poter essere letti tra una stazione e l’altra, a questo alludeva il titolo. Ma, a parte qualcuno di essi, non hanno niente di ferroviario, anzi, direi che a volte sono quasi metafisici. Eppure, su qualche blog, sono stati davvero consigliati come lettura da fare in treno. L’ultimo libro invece, Avevo costruito un sogno, racconta le storie e le fatiche di un postino francese dell’Ottocento, Ferdinand Cheval, che in trent’anni di lavoro solitario costruì, pietra su pietra, il Palazzo Ideale, un’opera colossale e ingenua ammirata dai surrealisti e tuttora meta frequentata dai turisti. Ebbene, se ho scritto quel libro, è anche perché un altro postino, anzi ex postino, Angelo Ferracuti, scrittore e reporter, lo volle nella collana editoriale che dirigeva.


Quali sono, in generale ma anche nel particolare di questa raccolta di racconti, le tue strategie compositive?

Non credo di avere un’unica strategia compositiva. Dipende da cosa voglio scrivere. Ci sono libri (dico un’ovvietà) che necessitano della costruzione di una gabbia preliminare, un’impalcatura, un’ossatura da riempire progressivamente. Penso a un romanzo o una biografia. Oppure se scrivo un ciclo di racconti intorno a un personaggio, cerco sempre di trasformare il mio generico impulso a scrivere in qualcosa che lo riguardi. Un libro come Acrobazie, invece, non nasce da un progetto ma per accumulo. Anzi, in un primo tempo nasce per scarto, è solo uno sparpaglio di frammenti che non esistono come libro ma sono frutto di improvvisazioni, divagazioni, note veloci, piccoli sfoghi, visioni. Poi, a mano a mano che passa il tempo e che gli scarti si accumulano, magari mi accorgo che ci sono temi, immagini che ritornano o, se anche non ritornano, potrebbero stare bene in sequenza, l’una accanto all’altra per somiglianza o opposizione. Ho sempre avuto una grande attrazione per i frammenti, i testi brevi e brevissimi, gli zibaldoni non pianificati, non strutturati. E qui, in fondo, ritorna il primo amore, il Kafka dei Diari e dei Quaderni in ottavo.


Nel dispiegarsi dei racconti si visitano luoghi familiari e sconosciuti, meandri di stanze e di indumenti, labirinti mentali e percorsi infantili, in un continuo carosello di scoperte e di intuizioni sorprendenti per la loro semplicità, cosa vuoi dirci con queste “Acrobazie”?

Questa è la domanda più semplice. E ovviamente non so rispondere. Cosa voglio dire? Non lo so. In fondo questa è una specie di autobiografia fantastica, il racconto frammentario della mia vita un po’ come è stata, un po’ come avrebbe potuto essere, infarcita di dettagli presi fedelmente dalla mia vita privata e di ipotesi totalmente assurde che, tutto sommato, è bene che non si siano verificate mai. Insomma, è un po’ come se avessi fatto della mia esistenza, o meglio della mia biografia, un oggetto da mettere su un tavolo anatomico per fare un po’ di lavoretti. Una sezione del libro allude, con ironia, a questa dimensione pseudo-analitica, di studio. Infatti, pensando in verità più a Freud che a degli studi anatomici, l’ho intitolata “Casi clinici e onirici”. La realtà quotidiana, diurna e notturna, vista come un caso clinico. Il mondo tutto visto come un enorme caso clinico.


Che tipo di lettore ti aspetti? C’è un tipo di lettore che potrebbe essere particolarmente interessato alla tua raccolta di racconti?

Ci vuole un lettore nervoso, un lettore poco interessato alle trame, agli intrecci complicati, alle letture lunghe. Un lettore intermittente, che sappia chiudere l’interruttore e subito dopo riaccenderlo su uno scenario diverso. Però, a pensarci bene, forse è meglio un lettore calmo, molto calmo per reggere questi continui passaggi, questi continui mutamenti. Mi sa che un lettore nervoso, dopo tre racconti, prende il libro e lo scaraventa contro il muro. Non adatto ai lettori nervosi. Piuttosto lo consiglierei ai lettori di poesia, loro sono abituati.


Ti invitiamo a rivolgerti ai lettori che non ti conoscono, proviamo a invitarli alla lettura di “Acrobazie. Storie brevi e brevissime”.

In questi racconti c’è sempre un tale (che poi sarei io) che racconta la sua vita, dei pezzetti della sua vita, o comunque di una vita che si suppone sia la sua. Dice, per esempio, che quando era piccolo gli regalarono un Paperino chiuso in una scatola oppure che scriveva il suo nome con l’alfabeto dei Fenici. Oppure ancora che si appassionava alle enciclopedie perché gli piacevano i nomi di certi strumenti musicali antichi come il serpentone, la tiorba o il clavicordo. Poi non è che sia diventato un grande erudito, un professorone o un enfant prodige di qualche cosa. Anzi, a leggere questi racconti, sembrerebbe che la sua vita sia diventata sempre più confusa, una specie di dormiveglia dove è difficile capire se una cosa gli è successa davvero oppure se l’è soltanto immaginata. Come avere dato fuoco alla casa che gli ricordava il suo primo amore o avere inseguito per i campi il suono stonato di un violinista girovago sordomuto. O essersi innamorato di un’acrobatica ballerina circense al punto di salire sul cavo a venti metri da terra pur di conquistarla. Il tema delle acrobazie ritorna di tanto in tanto nel libro e, forse, ci vuole anche un lettore un po’ acrobatico per saltare da un racconto all’altro senza che ci sia un disegno preciso che li lega, una direzione, un programma chiaro e rassicurante. Quindi invito tutti i lettori acrobatici a leggere questo libro e quelli pigri a diventare acrobatici.


Grazie Alessandro.

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