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Notizie » L’editore intervista l’autore: Elio Pecora

Intervista [Autore] 01/12/2021 12:00:00

🌱 In occasione della pubblicazione del libro di Elio Pecora, “Tre monologhi” - Penna, Morante, Wilcock - in libreria dal 2 dicembre 2021, abbiamo intervistato per voi l’autore. Buona lettura.

🎤👇👀

Elio Pecora, saggista, narratore e poeta; in questo libro, “Tre monologhi”, confluiscono vari elementi della tua esperienza di scrittore, anche se è pubblicato nella nostra collana Racconti, di fatto fa parte della tua produzione teatrale: ci parli del rapporto che hai con il teatro? Come si combina con la tua vena più lirica?

Ho cominciato a far teatro nella prima adolescenza, inventando piccole commedie e dandole da recitare ai miei giovanissimi parenti. Ma il teatro, quello che si consuma sulla scena e che nasce da una propria urgenza, l’ho avvicinato nei primi anni Ottanta, scrivendo per Manuela Morosini un’“Alcesti” tutt’altro che obbediente e che fu messa in scena, con notevole attenzione di pubblico e di critica, per la regia di Enrico Job nel teatro Spaziouno a Trastevere. Due anni dopo scrissi, su invito del Comune di Crotone, un “Pitagora”, messo in scena nella città calabrese da Luisa Mariani. In seguito ho scritto diversi altri testi, tutti messi in scena negli anni Novanta per le regie: uno di Lorenzo Salveti, altri quattro di Marco Lucchesi. Riguardo a questi monologhi: il “Penna” è stato recitato, in più occasioni e luoghi, da Massimo Verdastro, il “Wilcock” con rara sottigliezza da Pino Strabioli; il terzo al momento attende la voce giusta. Quanto al linguaggio teatrale non vedo differenze da quello delle mie poesie e delle mie prose. Vi si dibattono i miei stessi temi, i miei stessi assili, e nella lingua chiara ed esatta che mi appartiene. Ogni mio testo teatrale è nato da un personaggio, o meglio da una persona, che mi chiedeva parole peri esistere, ed erano mie quelle parole.


Il sottotitolo, “Penna, Morante, Wilcock”, esplicita che i tre monologhi pubblicati si riferiscono a questi tre grandi autori, con i quali hai avuto una relazione di amicizia personale, dunque si tratta di tre monologhi che hai scritto partendo da una loro conoscenza anche umana, oltre che letteraria: quale delle due tracce hai maggiormente seguito, interiormente, nella scrittura di questi monologhi? Come si sono armonizzate in te?

Sono stato legato da un vero affetto ai tre autori. Ne ho scritto più volte, come per una testimonianza da rendere, come per un ritratto dov’è il ritrattista a convocare la persona e interrogarla perché si sveli. Li definisco monologhi perché nati per il teatro, in quanto mi promettevo farli tornare vivi e presenti. Ma sono anche tre racconti in cui Penna, Wilcock, Morante (il primo per bocca propria, gli altri due lasciati a voci altrui ma fortemente interessate) vengono rappresentati così come mi è accaduto di vederli e comprenderli. Non mi toccava armonizzarli, da lungo tempo abitavano la mia memoria e i miei affetti; dovevo solo farli parlare, appressarmi alle loro verità e nelle loro giornate.


Nel monologo dedicato a Penna scrivi:
«Non indica strade la poesia, non salva. Per un poco accompagna. Veste di parole quel che ognuno si porta dentro inespresso, interrogante. Può essere solo un brillio fuggevole, può essere l’Icaro arrischiato, che aizza i cavalli del sole e precipita bruciando, mentre incanta e innamora nella fiaba spaventosa e felice. Quanto di vivo e forte ho sentito bruciarmi dentro!»
Possiamo dire che con queste parole esce, dalla bocca di Penna, in modo quasi dirompente, il pensiero di Elio Pecora sulla relazione tra la poesia e il poeta?


Certo che è la mia visione della poesia, una visione che ha con quella di Penna - che ho ben conosciuto molto occupandomene - vari punti in comune.


Nel monologo dedicato a Wilcock, leggiamo nell’incipit:
«Nessuno, anche degli acculturati, ne sa qualcosa. Hai voglia a ripetere… i suoi libri li ha pubblicati Adelphi, è stato critico teatrale dell’Espresso, ha scritto su “Il Mondo”, i suoi testi teatrali sono stati messi in scena da Enriquez, recitati dalla Moriconi, da Poli, ha tradotto Joyce, Marlowe. I miei interlocutori non sanno niente nemmeno degli altri che nomino. Ormai è così: i vecchi sono persi nelle nebbie del disfacimento, si rifiutano anche ai ricordi, e i giovani navigano in un mare di bitume, non sanno dove veleggiano.»
Chi sta parlando e a chi? È una tirata di orecchie?


Non sono in molti quelli che hanno letto i libri di Wilcock e che ne sanno il valore. Se non una tirata d’orecchi, certo la constatazione di un’ampia ignoranza.


Nel monologo dedicato alla Morante leggiamo:
«All’ira sconfinata che s’è cresciuta dentro ha opposto la compassione per le creature dei suoi libri, e non per sé stessa fuori di quella stanza. Perché, se ha inventato gli strazi, sempre nel mezzo dei patimenti ha posto l’attesa di un paradiso chi sa da chi e da quanto promesso. Una guerra dove alla fine è certa la sconfitta. Arturo spia il padre infedele, Elisa conosce presto la menzogna, cercare Aracoeli è una perdita.»
Sembra che qui si evochi l’elemento salvifico, o almeno consolatorio, della scrittura, del romanzo, come se lo scrivere, l’invenzione dello scrivere, creasse un luogo in cui una vita possa effettivamente trovare il proprio riscatto, esercitando la compassione che non ha ricevuto. Non c’è il rischio per lo scrittore di preferire di vivere nei mondi immaginati, addirittura di perdersi lì dentro?


Che altro ha fatto e fa la maggiore letteratura, soprattutto nel Novecento, se non raccontare lo “scandalo della storia” (e lo fa in sommo grado la Morante) cercando anche disperatamente una nuova salute? Non è un dentro che cerca chi vuole così tanto, ma un fuori da abitare e in una diversa misura da quella che ancora ci confonde, mortifica, annienta.


Chi dovrebbe leggere il tuo libro?

Un uomo, una donna, un ragazzo che sentono e a comprendono non solo dentro, ma anche dietro e dopo le parole.


Grazie.


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