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Notizie » L’editore intervista l’autore: Francesco Tronci

Intervista [Autore] 14/09/2022 12:00:00

🌱 In occasione della pubblicazione del romanzo di Francesco Tronci, “L’età della rovina”, in libreria dal 16 settembre 2022, abbiamo intervistato per voi l’autore, al suo esordio letterario.

🎤👇👀

Ciao Francesco, il romanzo “L’età della rovina” è la tua prima pubblicazione, il tuo esordio letterario, sei emozionato? Potresti presentarti brevemente ai nostri lettori?

Sono emozionato, perché finalmente si esaurisce il tempo della scrittura, attività defatigante e mostruosamente solitaria, e si schiude il tempo della condivisione di pensieri e parole. Ho 37 anni, sono nato e cresciuto nel Salento orientale, ho studiato Relazioni internazionali a Roma. Coltivo da lungo tempo un’attitudine per la scrittura, declinata inizialmente nell’analisi storica e solo più tardi, sulla scorta di diverse sollecitazioni, nell’ambizioso progetto della scrittura letteraria. Una scelta che, in ragione della micidiale congiuntura di fattori avversi che ha travolto la generazione alla quale appartengo, è stata più volte rimandata. Eppure la scrittura è una necessità capace di farsi largo, se sa che troverà ascolto, occupando il primo spazio libero. Anche se stavolta, quasi sempre, è stato lo spazio della stanchezza.


Quali sono i tuoi autori di riferimento e le tue letture?

Come dicevo, per lungo tempo ho letto unicamente testi storici o saggistica a tematica storica. Così ho elaborato la convinzione che, più che autori di riferimento, avrei conosciuto opere e autori diversi per diverse fasi della vita che avrebbero contribuito a edificare una sensibilità letteraria col tempo più articolata. Ho subìto l’attrazione dell’incredibile allucinazione, densa di stravagante ilarità, in cui Cervantes ha lasciato errare il suo hidalgo Don Chisciotte, o prima ancora del coraggio di quel Lazarillo de Tormes che ha osato demolire come mai prima i modelli tradizionali facendo della misera esistenza del figlio di un mugnaio, guidata dalla sua ingenua ambizione, la materia di un romanzo; Emma Bovary, ostaggio di un continuo e contraddittorio crescendo di desideri, quasi come a desiderare di desiderare ancora, e come lei l’affresco composito di individui che, incapaci di limitarsi alla propria personale celebrazione, non riescono a sottrarsi alla frustrazione di un desiderio senza rimedio; la disperazione del Novecento nel “Viaggio al termine della notte” di Céline, sofisticato e villano, lucido e delirante; “La peste” di Albert Camus; la straziante catena della fame che non si può spezzare dei Malavoglia, e poi Calvino, Sciascia, Maria Corti. Negli anni più recenti, Milan Kundera e il titanico José Saramago che, mi piace pensare, assommi in sé la totalità dei miei itinerari. Con Saramago, un’affinità totalizzante.


Perché hai scelto il romanzo come modalità espressiva?

In realtà, la scrittura saggistica mi è sempre stata molto più familiare, secondo una personale inclinazione a mettere in relazione utile i fatti oggetto d’analisi senza smarrirsi ai bivi di un’argomentazione articolata. In più, ho sempre creduto appassionatamente in quanto scrivevo, uno slancio personale che non invadeva mai il campo dell’analisi critica, ma la sosteneva affinché non si tramutasse in un arido e pirotecnico parlarsi addosso. Tuttavia, non ho mai conosciuto nessuna modalità espressiva che avesse l’incredibile capacità di penetrazione, di stimolo emotivo e assieme intellettuale, di un romanzo. Ho interrogato per anni le mie titubanze e, alla fine, quando il momento propizio era naturalmente giunto a maturazione, questa modalità espressiva mi ha silenziosamente convocato. E non mi sono più sottratto.


“L’età della rovina”: perché questo titolo?

Perché la voce narrante si incarica provocatoriamente di dare un nome a una modernità pacificata che si offre comprensibile e definitiva e che, in ragione di questo, sembra non necessitare nemmeno di essere definita. Se definire implica anche determinare cosa, da quella definizione, sarà estromesso, coloro a cui è stato dato di muoversi nel cono di luce di una sfuggente età senza nome sembrano non sentire alcuna necessità di dotarsi di parole in grado di definire il proprio tempo, perché si tratterebbe di ammettere l’inesorabile capacità escludente di un tempo che, invece, si proclama in potenza inclusivo. Sono gli esclusi, i rei, coloro che si muovono all’ombra dell’abbaglio a cercare la ragione della propria solitudine, e a forza di interrogarsi su questa rovina si ritrovano a nominare il proprio tempo. Agli occhi dei rei, e solo ai loro occhi, quel tempo finirà per assumere sempre più i tratti di un itinerario senza uscita. Un tempo di insuperabile rovina, l’età della rovina, appunto.


Il tuo romanzo arriva in libreria proprio in un periodo che trova il Paese in piena campagna elettorale. Nel tuo romanzo troviamo Il Partito del progresso e il Partito della sicurezza, possiamo pensare che il romanzo sia uno specchio riflettente e focalizzante la realtà politica italiana attuale? Potrebbe, la sua lettura, aiutare a riflettere e magari a fare una scelta politica?

Questa curiosa coincidenza solleva un aspetto che mi preme precisare. “L’età della rovina” è un romanzo allegorico che certamente stimola a continui confronti con la società che attraversiamo, che immediatamente fa riflettere. Credo che, per il lettore italiano, sia inevitabile la tentazione di cercare riferimenti e dinamiche noti, tuttavia non è mai stata mia intenzione riprodurre la realtà italiana. Non è stato concepito come un romanzo “italiano”, ma come uno specchio riflettente la realtà degli ultimi decenni di “fine della storia”, secondo dinamiche che hanno riguardato tutte le società occidentali. Né c’è stato il tentativo di costruire una qualche distopia, sarebbe banale pensare di trovarsi di fronte a una distopia solo per il fatto di aver privato la storia di qualunque riferimento spaziale e temporale. Una distopia rappresenta un’interpretazione futuribile del reale, e non era questo l’obiettivo. Il romanzo riproduce, invece, una realtà facilmente riconoscibile da un lettore occidentale, ma la adagia in un’inquietante vaghezza, quasi una storia senza storia di una famiglia senza nomi e così tutti gli altri personaggi nel testo, riconoscibili e individuati dalla loro funzione o non funzione sociale. Così, di quella realtà riconoscibile restano solo forme incompiute, appena abbozzate nei contorni, come dei ritagli di carta bianca, il cui ruolo è predeterminato e non modificabile da fattori individuali e collettivi: per gli ultimi dell’età della rovina la realtà di una moderna democrazia è una quotidiana, insuperabile rappresentazione di funzioni. Nominare cose e personaggi non ha alcuna utilità, scompare persino ogni minimo segno di discussione, di richiesta di chiarimenti. Neanche parlare è opportuno né tantomeno aiuta a cambiare la realtà, non è possibile la solidarietà fra disperati e chi governa ha sempre ragione. Ogni loro azione tendente a rompere i contorni della funzione sarà condannata all’inefficacia, ogni loro intenzione alla frustrazione. Una visione estrema, e certamente inquietante al pari di una distopia.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la realtà politica descritta nel romanzo è assolutamente marginale, un intermezzo di dibattiti ripetitivi senza sostanza che funge da misero scenario sul quale i protagonisti della vicenda mettono in moto la propria parola: la parola negata dell’Aspirante, persuaso che parlare non sia più né utile né opportuno; la parola esibita di chi, invece, prova a mascherare con un impegno naïf la perdita di ogni volontà di ascolto, di accoglienza, di sostegno.
Per queste ragioni il romanzo aggredisce la solidità dei punti fermi del ceto medio istruito come una fraintesa moderazione politica, l’accesso egualitario alle opportunità, il merito individuale, il valore sociale della famiglia, la presunta mutua protezione offerta dalle piccole comunità rispetto alle grandi città. È un libro duro, concreto, con una visione di fondo che si può condividere, senza speranze di modificare l’esistente.


Il disagio sociale è uno dei temi affrontati nel tuo romanzo, troviamo una società incapace di fare fronte alle necessità basilari dei cittadini, portavoce ne è l’Aspirante, la giovane anima narrante del tuo romanzo: a cosa aspira? Ci tratteggi la sua figura?

La storia dell’Aspirante è la storia ordinaria e feroce di una famiglia in balìa dei gorghi di un’esistenza disumana. L’Aspirante aspira furiosamente a una vita decente e investe ogni energia nel tentativo di smuovere l’indolenza di un caso che appare insuperabile. Prova l’imbarazzo di sentirsi quasi un imprevisto di solitudine e rassegnazione in un tempo capace di celebrare unicamente il successo individuale. Tuttavia sovverte il rassicurante stereotipo del miserabile che, in ragione della propria condizione, non può che abbandonarsi unicamente all’indifferenza, che ripudia ogni ragionamento politico e impreca dalla propria periferia. L’incompatibilità tra l’Aspirante e la sua cerchia di conoscenze è molto più problematica: a confrontarsi non sono la pratica politica e la sua negazione, bensì due concezioni dell’impegno irriducibili l’una all’altra. «Erano dalla stessa parte, ma non nella stessa parte», si legge nel romanzo. Da un lato, l’impegno per diletto di contesa o dovere di militanza. Dall’altro, l’impegno sorto dall’urgenza del bisogno. Tradita quest’ingenua aspettativa, egli si spingerà negli angoli più remoti della rassegnazione, dove la speranza stanca di una vita tranquilla lascia il posto alla rabbia e al silenzio. L’Aspirante e la sua famiglia non vestono più l’aura epica dei diseredati del XX secolo, appaiono piuttosto i loro eredi sbagliati che hanno perso l’ultima corsa del benessere diffuso prima che questo si arrestasse.


A quali lettori è rivolto “L’età della rovina”? Cosa può convincere un lettore incerto a leggere il tuo romanzo?

La possibilità di essere provocato. Quanto ai lettori, “L’età della rovina” si rivolge a chi ritiene che un romanzo possa indagare anche l’estremamente ordinario e ciononostante lì ritrovarvi un’inaspettata rivelazione. O l’estremamente ordinario non ha davvero nulla da dire? A chi non coltiva solo l’aspettativa di storie dall’incedere intrigante, ma si lascia inchiodare a una storia che affossa qualunque suo iniziale sviluppo allo stato embrionale, e si avviluppa su se stessa proprio come le esistenze dei suoi protagonisti. A chi intende misurarsi con la poco esaltante prospettiva di personaggi a una sola dimensione visibile, mentre le altre dimensioni restano relegate nello spazio del desiderabile. Perché la vita materiale sovrasta i personaggi, e quando la dicotomia dell’esistenza non prevede sfumature è naturale ritrovarsi individui a una dimensione sola: individui che aspirano, o individui contro.
Le vite dei poveri, mi pare, sono scandalosamente organiche alla loro ordinaria solitudine. O non è così?


Domanda libera: hai qualcosa da aggiungere in relazione al tuo romanzo?

Mi piace pensare si tratti di un romanzo che si smarca dalla generale tendenza a narrazioni serrate, ritmo implacabile, retorica delle grandi storie. Intendo il libro come un atto di consapevolezza al termine di una ricerca sul proprio tempo, un faticoso tentativo di dare risposte, persino di rivelare. Se vi diranno che questo è un romanzo che non toglie il fiato, credeteci.


Grazie.

*

🌱👉 Il libro d’esordio di Francesco Tronci sarà in libreria dal 16 settembre 2022.

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