:: Dalla musica all’abisso: dopo il successo di Bach presso il pubblico italiano, con Inferno ci spostiamo verso atmosfere decisamente diverse. Come descriveresti il legame, se esiste, tra la precisione quasi matematica della musica di Bach e l’oscurità esplorata in questo nuovo libro?
🎤 È un legame tutto fondato su contrasti violenti, su una dissonanza profonda e irrimediabile. La musica di Bach, se volessi qualificarla con un aggettivo, sarebbe paradisiaca: in tutto opposta all’esperienza di questo Inferno. Ma se la più estrema precisione nella musica è un piccolo miracolo, può esserci anche un rigore «quasi matematico» nella descrizione di tutto il mio catalogo di dannazioni: i personaggi che presento nell’Inferno spesso inventano per sé stessi un tormento rigoroso, una rigidità interiore, un immergersi in ossessioni che li precipitano in un abisso personale. Forse bisogna pensare, contro la celebre frase di Sartre, che l’inferno non sono gli altri: l’inferno è ciascuno per sé stesso. E molto spesso, in questa prigione interiore, il torturato non si accorge nemmeno di essere egli stesso il proprio torturatore.
:: Il titolo Inferno evoca immediatamente suggestioni potentissime, specialmente in Italia. In che modo il tuo Inferno dialoga con la tradizione letteraria classica e quanto invece attinge dalle tragedie del nostro presente?
🎤 Esiste, naturalmente, un ampio dialogo subliminale con il magnifico poema di Dante. Emerge chiaramente nella struttura del libro, nella divisione in canti, nell’uso della terzina, in diversi episodi e personaggi. Ma non si tratta di una risposta a ogni verso della Divina Commedia. Non ho voluto fare una tesi in versi su Dante, né costruire un commento erudito e accademico. In realtà, vedo questo libro, e anche il Purgatorio e il Paradiso, che ho pubblicato subito dopo, come una meditazione libera su questioni che Dante esplora, ma che attraversano tutta la storia dell’umanità, prima e dopo la Divina Commedia: problematiche come l’errore, la colpa, la speranza o la furia. In sintesi, ho cercato di esplorare questioni etiche, politiche, religiose, estetiche, problemi antichissimi – e tanto attuali oggi quanto settecento anni fa.
:: La lingua del dolore: la tua scrittura è nota per essere densa e curatissima. Qual è stata la sfida più grande nel trovare le parole adatte per raccontare ciò che, per definizione, rasenta l’indicibile?
🎤 Esiste effettivamente una sfida nell’inventare una lingua del dolore, così come è impegnativo immaginare una lingua della gioia, una lingua della protesta, una lingua per l’amore. Ma confesso che è più facile trovare parole per descrivere i tormenti infernali che una lingua capace di dire il paradiso: nel descrivere l’inferno, basta partire dal linguaggio così come si presenta ogni giorno, pieno di equivoci, di errori, questa materia verbale tanto fragile e inadeguata, questo rumore nelle nostre bocche e nei nostri orecchi, questa sensazione di essere così spesso strumenti scordati. Difficile è descrivere il paradiso: lì sì, occorre pensare l’impensabile e dire l’indicibile. D’altra parte, è anche vero che il mio paradiso è lontano dall’essere un luogo di semplice contemplazione beatifica; al contrario, vi abitano i personaggi più furiosi – da Simone Weil a Pier Paolo Pasolini –, capaci di sperimentare la felicità proprio in quella furia, in quel rifiuto del mondo così com’è…
:: In Inferno la condizione umana appare nuda e vulnerabile. Qual è l’interrogativo etico o filosofico che speri resti più impresso nel lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina?
🎤 È una domanda molto difficile. Certamente solo i lettori possono rispondere, e lettori diversi troveranno senza dubbio anche interrogativi etici o filosofici differenti. Da parte mia, sono soltanto un lettore, un lettore un po’ speciale, certo, ma pur sempre un lettore – del mio stesso testo. E la domanda che esso mi pone forse è: per quale ragione abbiamo inventato un inferno a nostra immagine e somiglianza? E forse: come se ne può uscire?
:: Come ti senti nel vedere le tue opere tradotte in una lingua così vicina alla tua, ma che porta con sé un immaginario culturale così specifico? Pensi che il lettore italiano possa trovare una risonanza particolare nelle tue pagine?
🎤 Mi sento soprattutto molto onorato per tutta la generosità di Claudio Trognoni, che ha tradotto e prefato il libro con estrema sensibilità, e, naturalmente, per la rinnovata ospitalità di Il ramo e la foglia edizioni. D’altra parte, credo più nelle continuità culturali tra Portogallo e Italia, e in tutto il pianeta, che nelle differenze: penso che le questioni che pongo in questo Inferno siano universali, non dipendono da un paese o da una lingua. Ho già scritto diversi libri che si rivolgono direttamente alla cultura portoghese, talvolta anche con una certa durezza; non so fino a che punto questi libri siano pienamente traducibili al di fuori del contesto portoghese. Ma Inferno cerca di trovare risonanze in tutti i lettori a partire da una condizione comune. È per questo che dico, già nel primo canto, che anche usando mappe e GPS tutti noi, prima o poi, ci smarriamo. Tutti noi – e non soltanto la persona di Dante.
:: Un invito alla lettura: senza svelare troppo, se dovessi scegliere un’immagine o un’emozione per descrivere l’esperienza di attraversare questo libro, quale useresti per invitare il pubblico italiano a scoprirlo?
🎤 Forse l’immagine più fedele, più rigorosa, è anche la più vicina a qualsiasi lettore: basta aprire la finestra e guardare fuori; forse quel paesaggio di un’umanità così spesso disallineata da sé stessa è anche l’immagine giusta per questo Inferno. Non è necessario cercare diavoli con tridenti o calderoni in ebollizione… Basta prestare attenzione allo sconcerto del mondo.
Fortunatamente, l’immagine che sceglierei per descrivere il Paradiso sarebbe esattamente la stessa: la stessa finestra aperta sullo stesso mondo, con le stesse persone. Come scrive da qualche parte Friedrich Hölderlin, dove c’è il pericolo cresce / anche ciò che salva…
Intervista nella versione portoghese:
:: Da música ao abismo: Após o sucesso de Bachjunto ao público italiano, com Infernopassamos para atmosferas decididamente diferentes. Como descreveria a ligação, se existe, entre a precisão quase matemática da música de Bach e a obscuridade explorada neste novo livro?
🎤 É uma ligação toda assente em contrastes violentos, numa dissonância profunda e irremediável. A música de Bach, se a quisesse qualificar por um adjectivo, seria paradisíaca: em tudo oposta à experiência deste Inferno. Mas se a mais extrema precisão na música é um pequeno milagre, também pode haver um rigor «como que matemático» na descrição de todo o meu catálogo de danações: as personagens que apresento no Infernomuitas vezes inventam um tormento rigoroso para si próprias, uma rigidez interior, o mergulho em obsessões que as precipitam num abismo pessoal. Talvez seja preciso pensar, ao arrepio da célebre frase de Sartre, que o inferno não é os outros: o inferno é cada qual para si próprio. E muitas vezes, nessa prisão interior, o torturado nem se dá conta de que ele mesmo é o próprio torturador.
:: O título Infernoevoca imediatamente sugestões poderosas, especialmente em Itália. De que forma o seu “Inferno” dialoga com a tradição literária clássica e quanto, por outro lado, se inspira nas tragédias do nosso presente?
🎤 Existe, é claro, todo um extenso diálogo subliminar com o magnífico poema de Dante. Surge claramente na estrutura do livro, na divisão em cantos, no uso do terceto, em diversos episódios e personagens. Mas não se trata de uma resposta a cada verso da Divina Comédia. Não quis fazer uma tese em verso sobre Dante, não quis construir um comentário erudito e académico. Na verdade, vejo este livro, e também o Purgatório e o Paraíso, que publiquei logo depois, como uma meditação livre sobre questões que Dante explora, mas que permeiam toda a história da Humanidade, antes e depois da Divina Comédia: problemáticas como o erro, a culpa, a esperança ou a fúria. Em suma, tentei explorar questões éticas, políticas, religiosas, estéticas, problemas antiquíssimos – e tão actuais hoje como há setecentos anos.
:: A língua da dor: a sua escrita é conhecida por ser densa e extremamente cuidada. Qual foi o maior desafio ao encontrar as palavras adequadas para narrar aquilo que, por definição, roça o indizível?
🎤 Existe de facto um desafio em inventar uma língua da dor, tal como é desafiante imaginar uma língua da alegria, uma língua do protesto, uma língua para o amor. Mas confesso que é mais fácil encontrar palavras para descrever os tormentos infernais do que uma língua para dizer o paraíso: ao descrever o inferno, basta partir da linguagem tal como ela surge todos os dias, cheia de equívocos, de erros, esta matéria verbal tão frágil e desajustada, este ruído nas nossas bocas e nos nossos ouvidos, esta sensação de tantas vezes sermos instrumentos desafinados. Difícil é descrever o paraíso: aí sim, importa pensar o impensável e dizer o indizível. Por outro lado, também é certo que o meu paraíso está longe de ser um lugar de simples contemplação beatífica; pelo contrário, nele moram as personagens mais furiosas – de Simone Weil a Pier Paolo Pasolini –, e capazes de experimentarem a felicidade nessa fúria, nessa recusa do mundo tal como ele é...
:: Em Inferno, a condição humana aparece nua e vulnerável. Qual é a interrogação ética ou filosófica que espera que fique mais gravada no leitor após fechar a última página?
🎤 É uma pergunta muito difícil. Certamente só os leitores podem responder, e leitores diferentes decerto encontrarão interrogações éticas ou filosóficas diferentes também. Por mim, sou apenas um leitor – um leitor um pouco especial, claro, mas apenas um leitor – do meu próprio texto. E a pergunta que ele me coloca talvez seja: por que razão inventámos um inferno à nossa medida e semelhança? E talvez: como se pode sair dele?
:: Como se sente ao ver as suas obras traduzidas para uma língua tão próxima da sua, mas que carrega consigo um imaginário cultural tão específico? Pensa que o leitor italiano poderá encontrar uma ressonância particular nestas páginas?
🎤 Sinto-me sobretudo muito honrado com toda a generosidade do Claudio Trognoni, que traduziu e prefaciou o livro com extrema sensibilidade, e, claro, com a hospitalidade renovada de Il Ramo e la Foglia Edizioni. Por outro lado, acredito mais nas continuidades culturais entre Portugal e Itália (e em todo o planeta) do que nas diferenças: penso que as questões que coloco neste Infernosão universais, não dependem de um país ou de uma língua. Já escrevi vários livros que se dirigem diretamente à cultura portuguesa, por vezes até com alguma violência; não sei até que ponto esses livros são inteiramente traduzíveis fora do contexto português. Mas Infernoprocura encontrar ressonâncias em todos os leitores a partir de uma condição comum. É por isso que digo, logo no primeiro canto, que mesmo usando mapas e gps todos nós, um dia, nos perdemos. Todos nós – e não apenas a persona de Dante.
:: Um convite à leitura: sem revelar demasiado, se tivesse de escolher uma imagem ou uma emoção para descrever a experiência de atravessar este livro, qual usaria para convidar o público italiano a descobri-lo?
🎤 Talvez a imagem mais fiel, mais rigorosa, seja também a mais próxima de qualquer leitor: basta abrir a janela e olhar lá para fora: talvez essa paisagem de uma humanidade tantas vezes desencontrada de si mesma seja também a imagem certa para este Inferno. Não é preciso procurar diabos com tridentes ou caldeirões em ebulição… Basta prestar atenção ao desconcerto do mundo. Felizmente, a imagem que escolheria para descrever o Paraíso seria exatamente igual: a mesma janela aberta sobre o mesmo mundo, com as mesmas pessoas. Como escreve algures Hölderlin, onde há o perigo cresce / também aquilo que salva...
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Intervista [Libri] 19/05/2026 12:00:00