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Notizie » Memorie di un’avventuriera: l’introduzione di Emanuela Monti

Proposta di lettura [Libri] 05/03/2022 12:00:00

Proponiamo in lettura l’introduzione di Emanuela Monti al suo romanzo “Memorie di un’avventuriera”, liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn 📝👇👀

«Questo romanzo è un tributo che dovevo da molti anni ad Aphra Behn.
Di lei, nonostante i miei studi da anglista, non conoscevo granché oltre alle parole lusinghiere che Virginia Woolf le aveva dedicato in “A room of own’s own”, fino al giorno in cui mi fu assegnata come argomento di tesi di laurea.
Tornai a casa abbattuta. Un’autrice minore del Seicento, che aveva scritto ancora prima che Defoe, Richardson e Fielding decretassero la nascita del romanzo borghese in Inghilterra, e sebbene avesse avuto una notevole fortuna presso i contemporanei, non mi entusiasmava.
Inoltre, come appresi non appena approfondii le mie ricerche, la Behn era stata soprattutto una drammaturga, ma l’età dell’oro del teatro inglese, l’epoca elisabettiana, si era chiusa e i vertici shakespeariani erano ormai lontani, quando Aphra venne alla luce.
Il Seicento inglese fu un secolo di transizione, anche e soprattutto in letteratura.
Sebbene si stesse avviando verso il “novel”, la narrativa era ancora dominata dagli elementi tipici del “romance”. Questi stessi elementi, con l’esasperazione della cifra truculenta, caratterizzavano anche la tragedia. La novità nel dramma veniva piuttosto dalla commedia, soprattutto dalla “comedy of manners”, con il suo linguaggio fresco, vivace e popolare e Aphra Behn pareva esserne stata una dei principali esponenti.
Ma ancora non bastava ad accendere il mio interesse; non era esattamente il genere letterario che preferivo e del resto la letteratura inglese del Seicento non risponde al gusto del lettore medio del nostro tempo.
Neppure approfondendo i miei studi sulle opere di Aphra Behn posso dire di aver mutato parere sul loro pregio. Con alcune eccezioni, in particolare “The Rover”, la sua commedia non a torto più celebrata, e alcune poesie, tra cui la famosa “Love armed”, le opere della Behn non mi hanno procurato un particolare “godimento”, sebbene abbiano avuto un indiscutibile peso nell’evoluzione della tecnica letteraria.
Eppure via via che leggevo mi appassionavo all’argomento della mia tesi: non tanto alle opere, o meglio non alle opere in sé, ma alle opere in quanto scritte da Aphra Behn, perché attraverso le opere e la critica emergeva la figura di una donna eccezionale con una vita eccezionale, soprattutto se paragonata agli standard del suo tempo.
Un personaggio talmente straordinario che ben presto me ne invaghii e, così, fin dai tempi dell’Università, ho concepito il sogno di scriverne la storia.
Al di là delle mie personali vicissitudini, che mi hanno impedito di realizzare prima questo sogno, mi hanno trattenuto finora molti dubbi sull’attuabilità di un progetto di questo genere.
Su Aphra Behn si è detto e scritto di tutto. Sulla sua vita i biografi si accapigliano da secoli. Alcune delle controversie sembrano ormai sciolte, ma molte zone d’ombra restano e resteranno, a meno che non emergano nuovi documenti, eventualità alquanto improbabile, considerata la mole delle ricerche sull’autrice.
Quindi, “come risolvere il problema della verità storica e della documentazione nell’affrontare la stesura di un romanzo su Aphra Behn?”, mi sono chiesta per anni.
La formula “liberamente ispirato alla vita di Aphra Behn” può bastare a mettere a tacere potenziali detrattori e a mettermi al riparo dall’accusa di scarso rigore?
Alla fine ho deciso che poteva bastare. E nel farlo mi sono appellata al principio tanto caro ai narratori del Settecento inglese, ma già chiamato in causa dalla stessa Aphra Behn: quello della verosimiglianza.
Se restituire al lettore la piena verità storica su Aphra Behn è impossibile perché le fonti sono spesso in contraddizione, perché i biografi e i critici sono in conflitto, perché l’assenza di notizie su alcuni periodi della sua vita privata è abissale, non è tuttavia impossibile rendere al lettore un personaggio verosimile e collocarlo su uno sfondo altrettanto verosimile, ovvero quello dell’Inghilterra del Seicento, tra la rivoluzione puritana, la Restaurazione e lo sbarco di Guglielmo d’Orange: un periodo densissimo di eventi, che hanno segnato il destino dell’Inghilterra, dell’Europa e perfino delle Americhe.
Ma soprattutto, mi sono detta, se è impossibile restituire la verità storica su Aphra Behn, non voglio rinunciare a rendere il personaggio di Aphra Behn, così come l’ho amato e fatto mio con l’immaginazione.
E per riuscirci ho sacrificato in parte il rigore; tra le differenti versioni fornite dai biografi e tra le diverse cause sposate dai vari critici ho scelto di volta in volta quello che più “mi conveniva” e talvolta mi sono permessa di forzare la verità storica (per esempio attribuendo ai personaggi età leggermente diverse da quelle effettive, come nel caso di Jeffrey Boys) e i buchi neri li ho riempiti con l’immaginazione e tutto l’insieme l’ho condito anch’esso con l’immaginazione.
La legittimità di questo modus operandi può essere discutibile ma altrettanto contestabile mi sarebbe parso rinunciare a celebrare Aphra Behn e non rispondere all’appello di Virginia Woolf, che invitava tutte le donne insieme “a cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn”.»
E.M.


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