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Notizie » Domande a Leonardo Bonetti

Intervista [Autori] 02/02/2021 11:00:00

Leonardo Bonetti - fotografia di Roberto Maggiani

Leonardo Bonetti - fotografia di Roberto Maggiani

L’editore intervista l’autore Leonardo Bonetti


Leonardo Bonetti. Hai esordito in prosa nel 2009 con un libro che ha avuto molto successo, “Racconto d’inverno”, pubblicato con Marietti. Molte vendite e anche un premio importante, il Nabokov, a breve, il 4 febbraio 2021, pubblicheremo il tuo “L’isola che non c’era”, quanta strada fatta, quali riflessioni ci offri al riguardo?

In questi anni il cammino dello scrivere è stato per me un sentiero fatto passo dopo passo, con la consapevolezza di dover compiere fino in fondo il ciclo completo dell’espressione. Ma ora, a undici anni dall’esordio, mi sembra di essere arrivato a un punto in cui l’atto della scrittura è diventato un azzardo. Perché l’avventura quotidiana dello scrivere ha modificato il paesaggio interiore e la natura stessa delle cose. Sono passato infatti attraverso momenti immaginativi di grande lucentezza, vivendo sempre con stupore quanto accadeva dentro e fuori di me. Sennonché ora, di fronte a me, c’è un libro nuovo, emerso con tutto il suo carico di aspettative a dirmi che esiste per davvero. E grazie a un nuovo editore che crede davvero nell’isola: Il ramo e la foglia.


Perché “L’isola che non c’era”? Un titolo a cui sembri molto affezionato.

Forse perché la creatività, come l’isola e dunque la scrittura, è sempre stata per me un sogno tremendamente concreto. A volte l’ho ignorata ritenendo che se era stata non poteva più essere, ma ben presto mi sono dovuto ricredere: non è facile vivere senza l’isola ed essere nello stesso tempo profondamente consapevoli del suo trionfo. Sennonché c’è qualcosa di immortale che alla fine emerge dal fondo di noi stessi, qualcosa che non c’era e che oggi si palesa invece in tutta la sua inattuale verità. A volerla possedere sprofonderà di nuovo: non è nostra, infatti. È una bussola per naviganti che occorre dimenticare affinché viva emersa, solitaria e per sempre.


In questo tuo nuovo atteso romanzo, i tuoi lettori, quelli che ti seguono fin dagli esordi o si sono aggiunti strada facendo, che novità troveranno? Vuoi accennarci qualcosa del romanzo?

Non credo alla novità ma alla rivoluzione. Anche se so che ogni vera rivoluzione è un’opera che si fa giorno per giorno, con la gradualità del vivere. La rivoluzione dello scrivere è strettamente legata a quella astronomica, un ciclo che si ripete, apparentemente uguale a se stesso. Ma che produce, invece, un cambiamento profondo dentro e fuori di noi. I lettori di “Racconto d’inverno” troveranno tutto ciò che c’era in quel mio primo libro e tutto ciò che è cambiato nel frattempo, che anche quel libro ha aiutato a cambiare. In fondo ogni mio lavoro è per me un’emersione inattesa, e questa non è che l’ultima delle isole che non c’erano.


Adesso ti invitiamo a rivolgerti ai lettori che non ti conoscono, proviamo a invitarli alla lettura del tuo nuovo romanzo.

A un lettore che non c’è, che non può essere qui di fronte a me, direi: in primo luogo leggimi affinché io esista; incontrami sulla pagina. E leggi il libro dell’isola come un libro chiuso giorno per giorno, fino al punto che divenga un atto necessario. Leggi il libro e richiudilo per iniziare a pensarlo. Solo così l’isola sarà salva e non sprofonderà di nuovo negli abissi.


C’è un tipo di lettore che potrebbe essere particolarmente interessato a “L’isola che non c’era”?

Se devo essere sincero non credo che i lettori esistano davvero. Sono sempre stato abituato a pensare a chi legge come a qualcuno che è alle prese con un gioco strano, un amuleto che lo attrae avvertendo tutto il potere che racchiude. Né del resto quando scrivo ho mai avvertito la figura del lettore come una minaccia o una speranza. Anzi, forse si scrive proprio a patto di far eclissare il lettore oltre l’orizzonte dell’attesa e dello sguardo. Ma, per cercare di non eludere la domanda su chi potrebbe nutrire un interesse particolare nei confronti di un romanzo come questo, risponderei: un bambino, un uomo e la sua donna, forse tutti, chissà. Perché sono convinto che è un libro per pochi ma aspira a diventare un libro per ognuno.


Nel romanzo a un certo punto scrivi: “Del resto qualsiasi idea, quando emerge, nasce e poi scompare in modo imprevedibile, e in un tempo, oltretutto, troppo breve. Sebbene, e in ogni caso, sia sempre un tempo sufficiente a vivere tutta la propria vita.” Vuoi commentarci questa frase?

Nell’idea, in fondo, scorgo l’opera, il lavoro concreto sull’espressione, qualcosa che potrebbe assurgere a livello artistico ma non so bene come. Del resto siamo eredi di una tradizione tanto importante che un’ambizione artistica potrebbe nascondere solo vanità. Insomma, per sgombrare il campo da annose presunzioni, mi confesso: ciò che mi interessa davvero, ciò che assorbe tutta intera la mia vita, è solo la cura nei confronti dell’espressivo. Lo ripeto: non so se per questa via io possa illudermi di aver raggiunto un valore artistico, ma non è quello che più conta per me e lo lascio giudicare agli altri. Nel frattempo cerco di percorrere senza infingimenti un cammino di scrittura e di ricerca. È una strada che emerge per poi inabissarsi subito dopo, un tragitto in cui si esaurisce una vita intera.


Come artista ti senti un’isola? L’isola è forse metafora di qualcosa che è inerente al tuo essere artista?

No, credo di no. Sono una persona in cammino, guidata da un’inquietudine, a volte una minaccia, a volte una promessa. Ma non sono un’isola. Se dovessi portare alle estreme conseguenze una simile metafora dovrei dire: sono un navigante o forse un naufrago. E nel mare dell’essere scorgo isole che non c’erano dietro e oltre il mio sguardo. In fondo, durante un viaggio per mare che dura una vita, il nostro compito è proprio quello di aiutare a far emergere un’altra isola. Il compito è l’opera, insomma, è compiere l’opera. E l’isola non è altro che questo.


Leonardo, tu sei anche un musicista e un regista, ci racconti di queste tue passioni? Come si armonizzano, se si armonizzano, con la tua scrittura come romanziere. La necessità espressiva sembra connotare la tua esistenza in modo trasversale, e non importa la forma in cui ciò avviene, è così?

Esattamente. Anche se le parti di scrittore, musicista e regista mi stanno troppo strette, se così posso dire. Perché sento di essere molto di più e molto di meno: una persona che mette mano ai linguaggi per dare corpo all’espressivo nelle forme possibili, e lo fa con tenerezza e rigore. A questo scopo uso i talenti per quello che sono e mi ingegno a superare gli ostacoli che si frappongono durante il cammino. Nella musica, nel cinema come nella letteratura, mi adopero dietro una traccia invisibile con tutta la cura e l’amore che posso. Se e quanto tutto ciò riesca ad armonizzarsi in forme tanto diverse non potrei dire. Forse solo nella misura in cui il movimento inquieto della ricerca mi guida in un punto tanto, troppo lontano dalla via, e solo perché io possa trovare e raccogliere quello che ieri non c’era e domani, forse, non ci sarà più.


Grazie Leonardo.

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